STILE “HYGGE” O SINDROME DELLA CAPANNA?

In questi giorni un po’ ovunque si sente parlare di “Sindrome della Capanna” in merito alla tendenza al non voler più ri-uscire di casa dopo il lungo periodo di lockdown che abbiamo vissuto. Dico la verità, questo termine un po’ mi inquieta, sarà perché sono satura del voler patologizzare qualsiasi aspetto del comportamento umano, sarà perché sono sempre stata un’amante dello stare in casa o meglio del cosiddetto stile “Hygge”, sarà perché preferisco parlare di cambiamento e non di ritorno alle vecchie abitudini, non lo so…

Ma il voler stare in casa è davvero un qualcosa di così negativo? Veniamo da più di due mesi di reclusione forzata, in cui il fermarsi e rimanere tra le quattro mura delle nostre abitazioni è stato l’unico modo che abbiamo avuto per preservare la nostra salute e quella del prossimo ed è stata dura, lo so. Il desiderio di libertà è cresciuto giorno dopo giorno e questa “riapertura” tanto attesa ci ha sicuramente donato quel respiro di sollievo che spesso si prova passeggiando sulla riva del mare dopo un’intera giornata di lavoro. Molti di noi si sentono ora “finalmente liberi” in nome del cosiddetto “ritorno alla normalità”, ma il pericolo non è definitivamente scampato, dobbiamo ricordarlo. Lungi da me attivare quella modalità di pensiero allarmistica tipica della gran parte delle fonti di informazione, ma un atteggiamento consapevole è quello che ci ricorda che il pericolo, seppure ridimensionato, è ancora presente. Ed è saggio attivare delle modalità di comportamento che continuino a preservarci e a proteggerci: stare nell’hic et nunc, nel momento presente, senza cercare di evadere, né con la nostalgia per il passato né con la paura per il futuro ma semplicemente con la consapevolezza del qui ed ora è una delle strategie migliori. Può non essere facile, lo so, ma ci si può lavorare e la Mindfulness è in tal senso una grande maestra!

Lo stop da tutto e tutti vissuto durante il lockdown in qualche modo ci ha aiutato a riconnetterci con i lati più profondi del nostro animo, con le nostre paure e con i nostri desideri più intensi, insomma con quella forma di consapevolezza che forse prima avevamo un po’ smarrito, perché distratti dal continuo affaccendarci nei nostri doveri quotidiani. Mi piace pensare che questo lockdown ci abbia ri-donato il cosiddetto “tempo lento”, rimodulando i ritmi della nostra vita e concedendoci di concentrarci su quegli aspetti che abbiamo inquadrato come prioritari, riconducendoci ad uno stile di vita domestico, sicuramente più semplice.

Ed ecco il concetto di “Hygge“, a me tanto caro: questa parola indica una tradizione danese che consiste nel piacere dello stare in casa, luogo vissuto come una sorta di rifugio sicuro e a misura delle proprie passioni e del proprio benessere. Che sia insieme ai propri cari o in solitudine, l’importante è poter “staccare la spina” dallo stress della vita di tutti i giorni, per mettere in pausa i doveri e la frenesia della quotidianità. Elemento imprescindibile è dunque l’atmosfera della propria casa “hygge”, resa accogliente dalla cura dei dettagli nell’arredamento, che va a rispecchiare le passioni e gli interessi di ognuno: luci soffuse, candele, quadri, foto ed oggetti che evocano il nostro più intimo senso di bellezza, tappeti e morbidi cuscini su cui potersi sedere… Non meno importanti solo le attività da svolgere all’interno delle quattro mura domestiche, quali ascoltare musica, leggere un libro, vedere un film, godere dei momenti di intimità con le persone care, dedicarsi alla creatività, degustare del buon cibo e del buon vino, fare un bagno caldo o un po’ di meditazione…
Insomma una “casa hygge” è quel luogo che ti abbraccia e ti conforta, donandoti quella sensazione di appartenenza e di connessione con te stesso.

Il libro “Il metodo danese per vivere felici. Hygge” di Søderberg, Marie Tourell edito da Newton Compton, illustra questa filosofia nei suoi molteplici aspetti, riportando testimonianze ed immagini di uno stile di vita così affascinante e alla portata di tutti.

Eccone alcune:

Per me, l’hygge è un momento per lasciarsi andare – un momento senza limiti di tempo, doveri, stress o distrazioni; un momento d’amore, calore e tempo per dedicarci alle piccole cose: un gioco di carte, un libro o un bagno caldo. Quando guardo le mie ragazze che ridono insieme o quando mi rannicchio in un angolo della poltrona con loro. L’hygge è il tempo extra che mi concedo per godermi davvero un momento speciale, ma allo stesso tempo è qualcosa che, come per magia, accade ogni singolo giorno se, semplicemente, apro gli occhi.

e ancora:

Nell’hygge è connaturata un’assenza di sforzo che implica di poter stare
insieme agli amici e alla famiglia senza dover fare progetti, se non quelli volti al rilassarsi e a godere del tempo trascorso insieme. Osiamo essere noi stessi in compagnia degli altri e questo ci conferma che abbiamo relazioni stabili, perciò non saremo mai soli. È una sicurezza sociale di immenso valore e una delle principali ragioni della nostra felicità. Nell’hygge troviamo inoltre sincerità e conforto, che ci permettono di esprimere noi stessi anche nel disaccordo.
E quando, in modo rispettoso e rilassato, ci spingiamo a discutere dei grandi interrogativi della vita, abbiamo l’opportunità di osservare noi stessi e le nostre vite da una nuova prospettiva, divenendo ancora più consapevoli di ciò che ci rende felici. Allo stesso tempo siamo in grado di cambiare per poter stare ancora meglio. Nella condizione dell’hygge non troviamo una felicità estatica, spesso momentanea, ma sperimentiamo una sorta di felicità quotidiana;
l’hygge contribuisce a un generale senso di appagamento nel lungo periodo.”

[…] l’hygge deriva dalla sincerità delle cose con cui ci si circonda – l’ambiente e la cornice della propria casa dovrebbero riflettere le scelte fatte nella propria vita e nel quotidiano. Se ami il cibo, la cucina e accogliere gli ospiti, probabilmente il tuo hygge si concentrerà in cucina e intorno al tavolo. Allo stesso modo, la passione e l’entusiasmo di un amante dell’arte daranno alla casa un’atmosfera differente, in base all’arredamento per cui ha optato. La sensazione di hygge trasmessa dalla propria casa rispecchierà senza alcun dubbio il tempo e le energie a lei dedicate. Quando rifletti accuratamente su come e perché hai scelto di circondarti di un particolare tipo di arredamento, oggetti, opere d’arte, fiori, soprammobili, tende – qualsiasi cosa – potrai rilassarti e i tuoi ospiti ti vedranno e conosceranno per come sei davvero.

Gli spunti di riflessione sono interessanti, numerosi e sicuramente di grande ispirazione per provare a vivere più serenamente la propria quotidianità, il momento presente, l’hic et nunc…soprattutto in quei momenti di profonda trasformazione come quello che stiamo vivendo!

Dunque siamo proprio sicuri che sia corretto parlare solo di “sindrome della capanna”?

ASSERTIVITA’ – ovvero la capacità di comunicare in modo efficace

Il termine assertività deriva dal latino asserere che possiamo tradurre con asserire, ovvero affermare un qualcosa con convinzione.

La persona assertiva è infatti colei che si esprime in modo efficace ed autentico e più nello specifico sa:

  • Ascoltare e chiedere chiarimenti
  • Assumersi la responsabilità di quanto detto o fatto
  • Accettare le critiche costruttive rifiutando quelle svalutanti o manipolative
  • Rifiutare di fare ciò che non desidera
  • Perseguire coerentemente i propri obiettivi
  • Entrare in contatto con le proprie emozioni, positive e negative

Il concetto di assertività è dunque  ampiamente legato a quello di responsabilità dell’azione, perché è il soggetto in prima persona a decidere cosa fare e cosa non fare, in funzione del rispetto di sé e dell’altro.

Essere assertivi è inoltre strettamente connesso all’avere un comportamento efficace ed adeguato al raggiungimento dei propri obiettivi, consentendo di affermare se stessi nel rispetto l’altro:  rappresenta perciò il giusto compromesso tra i due poli opposti dell’aggressività e della passività.

Abbiamo 3 principali stili di comportamento:

  1. Stile passivo: in cui si antepongono i bisogni degli altri ai propri
  2. Stile aggressivo: in cui si antepongono i propri bisogni a quelli altrui
  3. Stile assertivo: in cui si equilibrano i propri e gli altrui bisogni e si agisce secondo le priorità che emergono.

L’assertività può essere quindi descritta lungo un continuum comportamentale che va dalla passività all’aggressività, entrambi estremi indicati come negativi e disfunzionali e che rappresentano l’assenza di assertività: è nel mezzo ed in equilibrio tra i due poli contrastanti che troviamo l’assertività, comportamento sociale ed efficace per eccellenza.

La persona assertiva è colei che riesce ad avere un atteggiamento positivo verso di sé e verso l’altro e che riesce a riconoscere e ad esprimere i suoi bisogni nel rispetto di quelli altrui.
È proprio sul concetto di bisogni che è importante soffermarsi, perché comportarsi in modo assertivo vuol dire bilanciare i bisogni degli altri con i propri, in funzione dei propri e degli altrui diritti.

Lo psicologo americano Manuel Smith nel 1975 scrisse  un decalogo dei diritti assertivi:

E tu, quanto ti senti assertivo?

POST FATA RESURGO: RINASCITA E RESILIENZA

Post fata resurgo è il motto latino della Fenice, uccello mitologico noto per la leggenda di rinascere dopo la morte dalle sue stesse ceneri, la migliore immagine di resilienza che la nostra cultura millenaria potesse donarci.

Mai come in questi giorni il nostro pensiero è volto all’immagine della rinascita: l’intero pianeta è bloccato da un virus tanto piccolo quanto potente, che è quasi riuscito a mettere a tappeto l’intero funzionamento dell’uomo moderno, le nostre abitudini, le nostre routine e i nostri ritmi. Tutto è fermo, tutto è sospeso.

La paura sembra essere per molti l’emozione predominante, in parte è normale, ed è comunque un gesto di grande onestà nei confronti di sé stessi il concedersi di sperimentarla per poi lasciarla andare. Le emozioni vanno vissute e mai represse affinché il loro carico non diventi insostenibile, è sempre importante ricordarlo!

Nei precedenti articoli del mio blog ho parlato di alcuni strumenti per gestire lo stress (questo il link) e per coltivare la consapevolezza del respiro (questo il link), rinnovando l’invito a contattarmi attraverso la pagina #psicologicontrolapaura o tramite i miei indirizzi per poter affrontare insieme i vissuti emotivi di questi  giorni.

Siamo spettatori e protagonisti di quello che sembra essere uno dei cambiamenti più intensi ed enigmatici degli ultimi cento anni ed è importante provare ad addentrarci in esso con consapevolezza, coraggio e fiducia.

Il mio augurio per questi giorni di profonde trasformazioni è che ognuno di noi, proprio come la fenice, riesca  a riemergerne più forte, vigoroso e consapevole, provando a lasciarsi alle spalle tutto ciò che rendeva pesante anche la vita pre-quarantena, cercando di essere e sentirsi parte attiva del cambiamento.

Buona Pasqua, Buona Rinascita

“STRANI GIORNI, VIVIAMO STRANI GIORNI”

Questa mattina mi sono svegliata e nella testa mi risuonava la canzone “Strani Giorni” di Franco Battiato,  a chi come me ama la musica so che succede spesso di avere questa sorta di input musicali che rispondono a quello che è lo stato d’animo. Quello che stiamo vivendo è davvero strano, non c’è niente da aggiungere. Come Psicologa ho voluto anche io cercare di dare il mio contributo aderendo all’iniziativa #psicologicontrolapaura  lanciata dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi CNOP, ho cercato di adeguarmi alle modalità di smart working continuando ad offrire i miei servizi on line soprattutto ai ragazzi del nostro Doposcuola Specialistico e mi sto continuamente aggiornando per meglio riuscire a gestire questa condizione di emergenza sanitaria in cui siamo immersi, come consigliato dall’Istituto Superiore di Sanità.

Dopo questo preambolo mi preme però sottolineare la mia parte più umana, perché prima di tutto, prima delle etichette che ci definiscono e ci qualificano da un punto di vista professionale, siamo esseri umani al contempo fragili ma resilienti. La parola resilienza “è un concetto che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità”, dice Wikipedia. Io sono sicura che ognuno di noi in questi giorni stia provando a dare voce a questa parte di sé, con risultati più o meno efficaci ma che giorno dopo giorno si affinano per dare vita a quelle che comunemente possiamo chiamare “strategie di sopravvivenza”.

Con questo breve articolo voglio provare a dare voce a quei gesti, a quelle parole e a quelle emozioni  che in queste lunghe giornate ci stanno aiutando a continuare a non perdere la rotta, in quello che è il nostro viaggio su questo pianeta. Mi piacerebbe poter ascoltare tutte quelle cose che stanno riempiendo in maniera positiva questa sorta di “tempo sospeso” e mi auguro che chi legge possa essere ispirato nel provare a condividere i suoi pensieri o i suoi momenti qui sul mio blog, tramite il modulo “Lascia un commento” alla fine del post o privatamente attraverso quelli che sono i miei contatti.

Io sto facendo tesoro di questi momenti, nonostante la preoccupazione e la paura a cui è lecito lasciare un piccolo spazio per esprimerle ed elaborarle, ma senza farle straripare. La mia giornata tipo è: sveglia, colazione, doccia, piccolo spazio per lo yoga o per la mindfulness, alcuni giorni li dedico allo smart working, altri ai momenti di studio e di approfondimento di quelli che sono i temi a me più cari per il mio lavoro e per la mia crescita personale. Cerco di non far mancare quasi mai almeno un po’ di attività fisica (per fortuna ho una cyclette e dei pesi), leggo tanto e ascolto buona musica, guardo film e serie tv, ascolto podcast mentre mi diverto con i colouring book, tengo ordinata la casa e cerco di cucinare cibi sani ma gustosi (oggi pizza!). Le videochiamate mi aiutano tanto a non sentire la solitudine, è bello poter vedere la persona con cui stai parlando e quel pezzettino di vita che al momento ha intorno.


Scrivere, parlare con le persone care e dare spazio alla propria creatività sono gesti che normalmente ci aiutano a connetterci maggiormente con noi stessi, ma in questi giorni ancor di più.


Aspetto di leggere le vostre testimonianze, distanti ma uniti ce la faremo!

#Psicologia #Cinema #Musica e #Letteratura – “Figli” il film

Figli è un film piacevole ma schietto, che parla di quel vissuto che tutte le più o meno giovani coppie della nostra contemporaneità si trovano a dover affrontare. Discorsi spesso tabù, perché vanno ad intaccare quell’immagine ideale da famiglia perfetta e felice che tutti sono abituati goffamente ad ostentare. Un film dove protagonista è il vissuto emotivo dei due genitori, magistralmente interpretati dalla Cortellesi e da Mastandrea, che confermano il loro talento e continuano a valorizzare il cinema italiano. Una coppia che fino a prima dell’arrivo del secondo figlio rispecchia quell’equilibrio da famiglia medio borghese che si dimena nelle incombenze della quotidianità riuscendo più o meno sempre a stare sul pezzo. Ma arriva poi il fatidico secondo figlio e tale equilibrio sembra perdersi. Lo stile interpretativo dei due attori riesce sempre a regalare un sorriso, non si cade mai (per fortuna) nel mood mucciniano di crisi di coppia che per disperazione si adagia in ripicche e tradimenti. Molto lucide e ben contestualizzate le riflessioni sull’eredità concettuale e valoriale delle generazioni precedenti, che perpetuano una sorta di cecità e di indifferenza nei confronti di tutti coloro che ora rappresentano la parte giovane di questo paese.
La lettura psicologica e socio-culturale di quella che ora è la mia generazione é molto attenta, i due protagonisti non hanno paura di mostrare le loro fragilità e le contraddizioni di questo nostro presente. Cercano per tutto il film di fare i conti con quella dimensione problematica che sembra mettere in subbuglio la loro intera esistenza, ma con consapevolezza, il ché vuol dire ammettere in primis di avere una difficoltà per poi provare ad andare avanti, per tentativi ed errori, fino ad arrivare ad un nuovo equilibrio. Lo stile del film è leggero, grazie soprattutto alla peculiarità dei due attori che rimangono per me tra i migliori del panorama contemporaneo del cinema italiano. La visione stimola comunque delle belle riflessioni, per chi è già genitore e riesce pertanto a rispecchiarsi maggiormente nella storia, ma anche per chi ancora guarda alla dimensione familiare con un po’ di timore, perché magari vorrebbe ma è completamente scoraggiato dalla precarietà del presente lavorativo.
Decisamente consigliato.

#Psicologia #Cinema #Musica e #Letteratura – “Beautiful Boy” il film

Beautiful boy è un film che ti tiene incollato allo schermo per tutta la sua durata, compresi i suoi titoli di coda con le ultime parole (autobiografiche?) del protagonista. È un film che parla di tossicodipendenza, che vuol dire impotenza dinanzi al devastante potere distruttivo delle droghe e di tutto ciò che l’abuso provoca.
Beautiful boy è un film che parla di dolore, di vuoto e di insoddisfazione. È un film in cui viene illustrato come a volte la fragilità degli animi più sensibili non trovando il giusto contenimento, sfoci nell’abuso di qualsiasi sostanza possa dare un’illusione di pienezza e compensazione.
Beautiful boy è la storia di una famiglia lacerata dal dolore e dal senso di colpa, di un padre che fino all’ultimo cerca in ogni modo di aiutare quel figlio che riesce sempre per troppo poco tempo a rimanere pulito. Verso la fine si parla del lutto nei confronti di chi nonostante sia ancora in vita è come se già non ci fosse più…ed è forse la parte più dolorosa, perché subentra la consapevolezza di essere giunti ad un punto di non ritorno e alla morte prima che della persona, della speranza.
Beautiful boy è un film che parla di autodistruzione, è un film che parla di una famiglia che nello straziante dolore cerca di capire, di correre in aiuto, di essere presente, di sopravvivere, nonostante tutto, fino alla fine…e di famiglie così ahimè non ce ne sono tante.
Beautiful boy è la storia di un padre e di un figlio che sembrano essere molto uniti e molto legati tra loro, ma l’apparenza troppo spesso inganna.
Beautiful boy è un film che ti fa ricordare di alcune storie e di alcune persone che nel tuo percorso sicuramente anche tu hai incontrato, perché la tossicodipendenza purtroppo è un fenomeno molto diffuso, nonostante spesso si voglia cercare di fare finta di niente.
Beautiful boy infine è anche un film con una colonna sonora pazzesca (ci sono tutti i miei artisti preferiti, sono di parte), è un film che parla al cuore e soprattutto è un film che ci mette in contatto con la parte di noi stessi più fragile ed umana, che spesso per paura mettiamo a tacere senza dargli troppa importanza.
Beautiful boy insomma è un film che non dimentichi e che tutti a mio avviso dovrebbero vedere prima o poi.
Io per il momento aspetto di leggere anche i due libri, scritti uno dal padre e uno dal figlio.

UN GRANDE CLASSICO: “INTELLIGENZA EMOTIVA” DI DANIEL GOLEMAN

L’autore nelle primissime pagine del suo libro in maniera provocatoria chiede: come mai un quoziente intellettivo altissimo non mette al riparo dai grandi fallimenti della vita, come ad esempio la crisi di un matrimonio? L’intento è quello di dimostrare, sin dalle primissime righe di quello che oramai è diventato un must have nella biblioteca personale di ogni mio collega, l’importanza delle componenti emotive anche nelle funzioni più razionali del pensiero. Il testo di Goleman quando lo acquistai anni fa, ancora fresca di un sapere accademico forse un po’ troppo sterile e decontestualizzato, fu per me a dir poco illuminante e divenne la base per tutti i miei futuri approfondimenti personali e professionali.


L’opera ed il nucleo concettuale del pensiero dell’autore vogliono essere la dimostrazione di come una buona strategia di 
problem solving sia un qualcosa di più di un alto punteggio nella misurazione del cosiddetto QI (Quoziente Intellettivo). L’Intelligenza Emotiva infatti è costituita da un insieme di fattori come l’autocontrollo, la perseveranza, l’empatia e l’attenzione agli altri, che hanno un ruolo altrettanto determinante nella risoluzione dei problemi. 

L’Intelligenza Emotiva è una capacità insita in ognuno di noi, che può essere sviluppata, perfezionata e trasmessa per migliorare il proprio rapporto con sé, con gli altri e con la realtà che viviamo ogni giorno.

Nella prefazione all’edizione italiana Goleman sottolinea la tendenza dei paesi europei ed industrializzati della società che spingono l’individuo ad una forma di autonomia e competitività sempre maggiore, a discapito delle forme di solidarietà e di collaborazione. Tutto ciò, sottolinea l’autore, non fa che aumentare il senso di isolamento che vive l’uomo contemporaneo e soprattutto il livello di deterioramento dell’integrazione sociale, in un momento storico in cui le pressioni economiche e sociali richiederebbero invece un aumento della cooperazione e dell’attenzione verso gli altri. E in un clima di crisi sociale i segni del malessere emozionale purtroppo non si fanno attendere, sopratutto tra le fasce più vulnerabili della popolazione come ad esempio quella dei giovani e dei bambini.

“I fatti di cronaca che quotidianamente ascoltiamo, troppo spesso in una condizione di assuefazione e di indifferenza, dimostrano in una forma totalmente amplificata l’incapacità emotiva, la disperazione e la non curanza che regnano nella nostra quotidianità.”

Negli ultimi anni le neuroscienze sono riuscite a mostrare immagini del cervello in vivo e del funzionamento dei suoi centri emozionali che ci spingono alla rabbia, al pianto, a fare la guerra e a fare l’amore, producendo una serie di dati neurobiologici ancora non sufficientemente diffusi tra la comunità non scientifica. Mente e cuore hanno bisogno l’una dell’altro e le stesse neuroscienze dunque ci dimostrano l’importanza di prendere in considerazione le emozioni.

Ecco ora un’altra domanda molto semplice e diretta che l’autore pone al lettore per solleticare quella presa di coscienza da cui spesso si è troppo distanti: che cosa possiamo cambiare per aiutare i nostri figli a vivere meglio? Ricordiamo l’esempio iniziale in cui si sottolineava come spesso, persone con un elevato QI falliscono dinanzi alle sfide della vita e coloro con QI modesti riescono ad avere prestazioni sorprendentemente buone? Quali sono i fattori in gioco che determinano tutto ciò? Nuovamente la risposta può essere sinteticamente racchiusa nel concetto di Intelligenza Emotiva che comprende tra le altre cose l’autocontrollo, l’entusiasmo, la perseveranza e la capacità di automotivarsi.

La speranza dell’autore e di tutti coloro che sposano il suo pensiero è che i programmi di Alfabetizzazione Emotiva possano iniziare a prendere sempre più spazio all’interno dei contesti educativi: affianco alle materie tradizionali come la storia o la matematica sarebbe bello poter avere anche l’ora di empatia o l’insegnamento di capacità interpersonali essenziali!

L’uso dell’Arte nella Relazione d’Aiuto

Creatività: carattere saliente del comportamento umano, particolarmente evidente in alcuni individui capaci di riconoscere, tra pensieri e oggetti, nuove connessioni che portano a innovazioni e a cambiamenti” .

Questa definizione, che ritroviamo nell’Enciclopedia di Psicologia edita da Umberto Galimberti, porta insito in se’ il concetto di linguaggio alternativo offerto dalla creatività e dal mondo dell’arte più in generale.

In un’esperienza di arteterapia si genera una sorta di triangolazione tra
cliente, terapeuta ed oggetto artistico, che diventa quindi mediatore di relazione nella coppia. Il richiamo esplicito è all’oggetto transizionale di Winnicott: in arteterapia il soggetto trasferisce contenuti interiori come ricordi, sensazioni, desideri ed emozioni, attraverso il dipingere, il disegnare e il modellare, in un oggetto esteriore, che gli consentirà di creare un legame tra la vita interna psichica e quella esterna mediante la simbolizzazione. L’intento è sempre quello di rendere visibile l’invisibile.

“L’uso dell’arte nella relazione d’aiuto” è stato anche il titolo della mia tesi di laurea, a testimonianza del fatto che l’interesse per la comunicazione non verbale ed i linguaggi artistici, come valida alternativa alla parola,  è da sempre molto vivo in me.

In questi giorni sto leggendo l’ultimo testo di uno dei gruppi di lavoro sull’Arteterapia più attivi sul territorio nazionale, Artelieu, che ha sede a pochi chilometri dalla mia abitazione, in provincia di Pescara. Condivido qui un estratto del libro, che bene illustra come, all’interno di un relazione d’aiuto, l’ausilio del linguaggio artistico possa accelerare e potenziare il livello comunicativo.

La prerogativa dell’arteterapia, come abbiamo più volte ribadito, e come anche altre scuole di pensiero condividono, consiste nel potere di rappresentare l’irrappresentabile, di poter dire altrimenti ciò che la parola non raggiunge, ossia di trovare forme inedite all’informe, attraverso la creazione di nuove forme simboliche, che aiutano, così come avviene nella decodifica dei sogni, a interpretare gli indizi che fanno emergere in superficie quanto uscirebbe per la via dei sintomi o rimarrebbe sotto forma di rimosso, non proprio in modo indolore, nell’inconscio. Il fatto che l’arte faciliti l’espressione del profondo lo constatiamo in tutta evidenza negli artisti: sembra che abbiano una sorta di capacità di avvertire in forte anticipo sugli altri cose che solo dopo qualche tempo gli altri comprendono. Non sappiamo se questo fenomeno sia dovuto al fatto di tirar fuori delle cose dietro la maschera del prodotto artistico o per la speciale sensibilità di cui sono notoriamente dotati gli artisti. Fatto sta che fare arte implica ascoltarsi dal dentro e, dunque, sentire in anticipo che aria tira. I pazienti non sono artisti, ma durante il processo di arteterapia, avvalendosi di materiali e strumenti artistici, riescono prima che a raccontare con la parola, a “sentire” dentro di sé sensazioni non organizzate e poi a esprimerle con i gesti e con il corpo, infine a chiarire l’emozione con i gesti artistici.
(da “Il corpo e le sue gest-azioni: L’arteterapia psicodinamica al tempo delle neuroscienze” di Laura Grignoli) Inizia a leggere: http://amzn.eu/2sSNQGt

Come psicologa dunque, cosa propongo?
Sessioni di lavoro sulle emozioni attraverso l’arte ed i suoi linguaggi, in un setting individuale o in piccolo gruppo.
Contattami per prenotare il tuo primo incontro!

#Psicologia Cinema Musica e Letteratura – Gli Sdraiati

Gli Sdraiati di Michele Serra  parla con ironia e profonda sensibilità dell’incomunicabilità tra un padre ed un figlio adolescente. Due mondi paralleli, che non riescono ad incontrarsi perchè caratterizzati da abitudini di pensiero e di comportamento contrastanti. Una passeggiata in montagna come metafora del percorso di vita, con tutte le sue difficoltà ed i suoi ostacoli, le paure di un genitore ed il processo di consapevolezza e di fiducia, sono gli elementi che rendono questo romanzo una storia di crescita personale in cui ritrovare parti di sè e la serenità del naturale scorrere del tempo.

COME STAI? VUOI PROVARE A DIRLO CON UNA CANZONE?

La Songtherapy, un approccio ideato dal Dott. Romeo Lippi,  Lo Psicologo del Rock , utilizza le canzoni come strumento di relazione e di contatto emotivo con se stessi e con l’altro.
Da psicologa e da grande appassionata di musica quale sono non ho potuto resistere alla tentazione di approfondire l’argomento, seguire i suoi numerosi input ed infine fare un primo livello di formazione in questo campo.
Le potenzialità sono notevoli, il linguaggio della musica come delle varie forme d’arte più in generale offre tantissimi spunti per il lavoro su se stessi e su quegli aspetti della propria vita, che spesso si evita di affrontare con le parole.
In questo senso un iniziale aggancio ad una tematica “scomoda” attraverso il messaggio veicolato da una canzone o dall’emozione che essa suscita in chi l’ascolta, facilita ed arricchisce notevolmente la relazione terapeutica e conseguentemente gli sviluppi del lavoro di crescita insito in essa, provare per credere! Ogni momento della nostra vita può essere accompagnato dalla giusta colonna sonora, lo sa bene chi non concepisce giornata priva di musica; imparare a leggere il proprio stato d’animo e le proprie emozioni più nascoste o camuffate, attraverso l’ascolto dei brani musicali che più ci piacciono, portandoli in terapia per lavorarci su, alleggerisce di molto il carico emotivo che spesso ostacola la nostra sensazione di benessere. Un percorso di crescita personale, arricchito con il metodo della Songtherapy e con i linguaggi alternativi del mondo delle arti, può essere uno strumento potentissimo da aggiungere al proprio bagaglio di competenze per viaggiare leggeri, nel nostro cammino chiamato vita.
E tu? Come stai? Vuoi provare a dirlo con una canzone?