LA GABBIA- Graphic Novel di Silvia Ziche

Un testamento emotivo, un percorso di libertà, un dolore che nel tempo si trasforma e dà i suoi frutti, generando creatività, consapevolezza e gratitudine. La gabbia è una di quelle storie che arriva dritta al cuore: una figlia costretta a fare i conti con tutto il peso del dolore emotivo che un rapporto madre-figlia disfunzionale ha generato negli anni e che si ritrova incompiuto dinanzi al lutto. Rielaborazione, consapevolezza, crescita e libertà: come ogni buon percorso di psicoterapia insegna. Graphic novel come queste sono l’eccellenza a mio avviso, appassionata di storie, arte e bellezza quale sono.
Perché la psicologia non è solo quella che si fa in seduta, un’ora settimana, non è solo il frutto di manualoni e protocolli da seguire alla lettera. In quanto esseri umani siamo fatti di emozioni, pensieri, comportamenti e conseguentemente relazioni, più o meno funzionali. Ogni storia ha in sé una potenziale capacità di insegnamento, per ognuno di noi, basta solo voler apprendere, basta solo voler ascoltare.
Come ogni Natale da un po’ di anni a questa parte, dopo aver fatto l’albero, scelgo il primo regalo da fare a me stessa, che 9 volte su 10 è un libro. Quest’anno la scelta è stata molto veloce, quasi istintiva: questa graphic novel mi ha letteralmente chiamata. L’ho divorata tutta d’un fiato, la risonanza emotiva è stata forte, l’arricchimento personale decisamente notevole…in fin dei conti si sa, mi nutro di storie.
Dunque libro consigliato? Decisamente sì ❤️

LE BARRIERE DELLA COMUNICAZIONE…PER UN NATALE PIU’ CONSAPEVOLE

Premessa fondamentale: questo post ha come sfondo l’ironia, perché credo che nella vita, non se ne possa fare a meno! 😉

Per molti di noi cenoni, pranzi e reunion di famiglia si avvicinano…d’altronde il nostro retaggio culturale ci ha insegnato che il periodo natalizio è anche questo. Alcuni sembrano esserne entusiasti, altri un po’ meno…ma sono certa che  tra domande scomode dei parenti e bilanci di fine anno sarà difficile un po’ per tutti uscirne indenni! [ cogli l’ironia 😀 ]
Detto ciò, mi sembrava simpatico concludere l’anno con un post che parlasse (nuovamente) di comunicazione e di quelle che vengono definite le cosiddette Barriere della Comunicazione, per offrire uno spunto di riflessione in più ed affrontare con maggiore consapevolezza gli incontri, i brindisi e tutto quello che in questi giorni ci consentirà di fare un po’ di pausa dalla routine.
In questo modo forse un po’ troppo alternativo, vi auguro buone feste e…felici interazioni!

 

Il Manifesto della Comunicazione Non Ostile

Sto preparando un intervento sulla comunicazione da tenere con degli studenti e nella selezione dei vari argomenti che possano essere d’interesse per la loro formazione ma soprattutto per la loro crescita personale, ho consapevolmente scelto di trattare uno dei temi a me più cari: la comunicazione non violenta. Chi da tempo segue il mio blog sa che ho già parlato di Marshall Rosenberg e della sua Teoria sulla CNV, come pure dell’Assertività e dei 10 diritti assertivi, perché sono le basi su cui costruire ogni tipo di sana relazione.
Il Manifesto della Comunicazione Non Ostile parla da sé e non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non un caldo invito ad osservarsi e ad osservare, per cercare di migliorare giorno dopo giorno se stessi e ciò che ci circonda, grazie alle nostre azioni consapevoli.

 

L’USO DELLO SMARTPHONE IN ETA’ EVOLUTIVA

L’8 Febbraio ho svolto un intervento “virtuale” all’interno di una scuola per sensibilizzare famiglie e genitori sull’argomento “utilizzo di smartphone e dispositivi elettronici in età evolutiva”. Vista la richiesta di condivisione del materiale riporto qui alcuni punti chiave:


I “nativi digitali”

Bambini ed adolescenti sembrano essere sorprendentemente attratti dall’utilizzo della tecnologia, dimostrando sin da piccolissimi una quasi “naturale” propensione al suo utilizzo, con una capacità di concentrazione della loro attenzione sullo schermo che difficilmente riescono a mettere in gioco in altre attività. Questo aspetto però dovrebbe solo parzialmente sorprenderci: se solo facciamo un passo indietro e proviamo a calcolare quanto tempo quotidianamente anche noi adulti trascorriamo con il nostro smartphone tra le mani, ci possiamo subito rendere conto che il modello che stiamo offrendo non si discosta più di tanto da quell’aspetto che cerchiamo di rimproverare loro. Il punto chiave è infatti proprio questo: ciò che noi psicologi definiamo apprendimento vicariante, che spiegato in due parole è apprendere indirettamente da dei modelli di riferimento (in questo caso gli adulti).

Possiamo definire l’utilizzo dello smartphone come una vera e propria dipendenza?
La risposta è purtroppo affermativa. Ciò che accade nel nostro cervello nel sistema dopaminergico che regola il meccanismo della gratificazione tramite la ricompensa, spiega il fenomeno. Semplificando, ogni volta che proviamo una sensazione positiva e gratificante (un cibo buono, un video divertente, una notifica sul telefono…) il cervello rilascia dopamina, un neurotrasmettitore che influisce sulla motivazione e sul comportamento teso alla ricerca di gratificazione.  Nel momento in cui abbiamo ha tra le mani uno smartphone e con un semplice tocco riusciamo a far accadere qualcosa che ci piace o ci diverte, il nostro cervello produce dopamina; la produzione di dopamina genera una sensazione positiva che cercherà sia di mantenere quella situazione a lungo, sia di ricercarla in futuro (ricordiamo che ognuno di noi è predisposto a ricercare ciò che genera piacere!).
Ma questa modalità riproposta per lunghi periodi rischia di generare una vera e propria dipendenza, in quanto il cervello si sarà abituato al livello elevato di dopamina provocato dalle gratificazioni indotte dall’uso dello smartphone e ne chiederà un uso sempre più intensivo per mantenere il livello di piacere a cui è abituato (con un meccanismo in parte analogo a quanto avviene quando si assumono droghe). Ecco quindi la spiegazione a livello biochimico di quello che accade quando apparentemente non riusciamo a fare a meno di un qualcosa di piacevole, come in questo caso l’uso dello smartphone.


Ma ai problemi legati al rischio di dipendenza da smartphone se ne aggiungono altri sia fisici che psicologici e relazionali:

  • Difficoltà di concentrazione e conseguenti difficoltà negli apprendimenti
  • Danni per la vista
  • Rapporti sociali a rischio
  • Aumento dell’impulsività e distorto senso del limite
  • Rischio obesità
  • Privazione del sonno
  • Problemi comportamentali
  • Tecnodipendenza
  • Radiazioni
Quali possibili soluzioni?
L’importanza delle regole e di un clima familiare positivo

Dobbiamo sforzarci di ricordare che lo smartphone è principalmente uno strumento di comunicazione e va utilizzato pertanto solo quando serve. Mamma e papà in primis devono dare il buon esempio: il miglior modo per educare è con i comportamenti giusti. Perchè io figlio non devo utilizzare lo smartphone se mamma e papà ce l’hanno sempre tra le mani? Ricordiamo inoltre che un uso eccessivo dei dispositivi elettronici da parte dei genitori durante il tempo libero è pregiudizievole per il corretto sviluppo del bambino, perché lo priva di una preziosa opportunità di interazione con gli adulti di riferimento.

Ecco dunque l’importanza di stabilire un clima familiare positivo caratterizzato da chiare regole.


Alcuni consigli per una genitorialità efficace:

Il dott. Mario Di Pietro, una delle figure più autorevoli nel campo delle problematiche emotive e comportamentali dell’età evolutiva, per migliorare il clima familiare suggerisce:

Fartevi coinvolgere dai vostri figli: siate presenti e attivamente partecipi nelle loro attività extrascolastiche.

✔ Parlate ai vostri figli in modo non giudicante, trasparente, con uno stile comunicativo chiaro, positivo, deciso e non aggressivo

✔ Coltivate la relazione con i vostri figli: trascorrete sempre e con regolarità del tempo da soli con loro.

✔ Stabilite con chiarezza regole e aspettative.

✔ Applicate in modo coerente i provvedimenti e le conseguenze stabilite per un comportamento inadeguato.

✔ Contenete i conflitti, favorendo un’atmosfera positiva ed equilibrata. Ma soprattutto state attenti ai comportamenti positivi dei vostri figli e non dimenticate di premiarli!

✔ Insegnate a risolvere i problemi attraverso la comunicazione e non con la violenza.

✔ Negoziate e mediate quando possibile.

✔ Parlate con i vostri figli del futuro e sosteneteli nei loro desideri e progetti.

Istruzioni che funzionano

Le istruzioni efficaci sono quelle che esprimono in modo diretto ciò che deve essere fatto. In particolare le istruzioni devono essere:

formulate come un’affermazione diretta

date una sola volta

limitate a solo una o due alla volta

seguite da 10 secondi di silenzio.

Le istruzioni inefficaci sono invece quelle a cui i figli difficilmente obbediscono.

Ne sono un esempio:

✔ istruzioni confuse: parlare troppo o spiegare dopo aver chiesto di fare una cosa rende le richieste imprecise. Una richiesta dovrebbe essere invece formulata in maniera chiara ed essere seguita da 10 secondi di silenzio;

✔ troppe richieste: cioè collegare troppe richieste insieme tutte in una volta;

✔ richieste formulate in modo interrogativo: fare una richiesta con questa modalità è rischioso perché tecnicamente il bambino potrebbe rispondere «no», come se voi aveste posto semplicemente una domanda;

✔ istruzioni ripetute: cioè ripetere la stessa richiesta più e più volte;

✔ istruzioni vaghe: non specifiche e che non esplicitano in modo esatto quello che va fatto;

✔ richieste che iniziano con «facciamo»: esordire con «facciamo» potrebbe suscitare nel figlio l’idea e l’aspettativa che lo aiuteremo a fare quella cosa e potrebbe reagire con delusione e rabbia se questo non accadesse;

✔ istruzioni a distanza, formulate da un’altra stanza o da lontano: è molto probabile che il figlio non «riceva» la richiesta.

In ultimo ma non per importanza, è sempre bene ricordare che genitori perfetti non esistono ed anzi essere genitori è il mestiere più difficile al mondo, ma anche il più gratificante.
L’impegno richiesto è sicuramente costante, così come il continuo bisogno di mettersi in discussione…ma ne vale sicuramente la pena poichè ne va del benessere e della serenità dei propri figli. Dunque se è vero che genitori perfetti non esistono è altrettanto vero che una genitorialità consapevole è possibile!


Fonti:
L’intervento cognitivo comportamentale per l’età evolutiva” – Di Pietro, Bassi;
www.amicopediatra.it

#Psicologia #Cinema #Musica e #Letteratura – “Soul” il nuovo film della Disney Pixar

Soul, il nuovo capolavoro della Disney Pixar che ci è stato regalato questo natale, merita sicuramente tutta la nostra attenzione. In molti l’hanno definito un film d’animazione non per bambini, viste le tematiche profonde che vengono trattate, io l’ho sicuramente trovato un film “anche per adulti” e a breve cercherò di sondare il campo su quelli che sono stati la percezione e il giudizio dei più piccoli, ma non è questo il punto. Per chi è del settore il rimando alla psicologia archetipica è immediato, si parla del daimon ed è tutto egregiamente pieno di poesia. Ma non voglio addentrarmi in una lettura complessa e tendenzialmente troppo astratta della cosa, voglio solo concepire la trama come una profonda e delicata fiaba filosofica adatta a tutti, grandi e piccini. 

Il titolo stesso ci fa capire che si parla di anima. Joe Gardner è un musicista jazz alle prese con la difficile escalation nel mondo della musica per il riconoscimento del proprio valore e del proprio talento, in un mondo che fatica a comprendere la bellezza perché immerso nelle problematiche della quotidianità come pagare le bollette. La tenacia e la caparbietà che caratterizzano il protagonista, nonostante i suoi momenti di down e la sua quasi totale polarizzazione sul suo sogno, riaccendono in ognuno di noi quel desiderio che ci direziona da sempre verso ciò che ci fa battere forte il cuore e ci fa brillare gli occhi, nonostante tutto. La trama si infittisce con l’ingresso in scena di 22, un’anima che ha da secoli difficoltà nel trovare la propria scintilla, e vaga nel “vuoto esistenziale” di una ricerca che sembra non condurre da nessuna parte. Ecco che il film inizia ad avere tutti i connotati di una piacevolissima “fiaba filosofica”, sicuramente di grande stimolo per gli adulti.
Il rapporto tra i due protagonisti costituisce il leitmotiv della narrazione ma non voglio “spoilerare” nulla. Soul è un film che va visto e rivisto, perché se ne potrebbe stare a parlare per ore e di spunti di riflessione ce ne sono davvero tanti, per ognuno di noi.
Visione decisamente consigliata!

#Psicologia #Cinema #Musica e #Letteratura – “Sex Education” la serie TV

“Sex Education” è una serie TV che in molti dovrebbero guardare, perché è schietta, profonda e soprattutto intimamente legata alle dinamiche identitarie degli adolescenti, contestualizzate alla realtà scolastica, familiare e gruppale.
Il protagonista Otis Milburn, figlio adolescente di una nota ed affermata sessuologa, si ritrova inizialmente per caso a dare consigli ad un suo compagno di scuola su problemi di natura sessuale. E il leitmotiv della serie tv sarà proprio questo: una trama che si snoda tra il bisogno di scoprire e di scoprirsi, nella paura del giudizio e della non accettazione da parte del resto del mondo.
Dare voce al turbinio di emozioni che caratterizza questa importantissima fase di crescita, in cui si inizia a sperimentare il proprio ruolo di giovane adulto e dunque il processo di individuazione che porterà al consolidarsi della propria identità, è sempre un buono spunto di riflessione per tutti coloro che in qualche modo hanno a che fare con il mondo dell’adolescenza. Le tematiche affrontate sono molteplici, la trama è davvero ben scritta ed articolata e il messaggio di fondo non è da meno (come pure la colonna sonora, ma quella è un’altra storia).

Mentre guardavo un episodio dopo l’altro, più volte ho pensato con un fondo di amarezza che troppo spesso il clima culturale che ancora caratterizza molte realtà del nostro paese è davvero troppo lontano da una visione libera e scevra da pregiudizi e mi sono fermata a riflettere su come il nostro ruolo professionale di psicologi possa realmente dimostrarsi efficace in questi casi. Sicuramente l’iniziare a sradicare un certo tipo di visione cieca del mondo è un primo grande passo, che ognuno di noi nel suo piccolo può iniziare a fare informandosi, accrescendo le proprie conoscenze e liberandosi giorno dopo giorno da quella maledettissima paura del diverso, che credo sia uno dei più grandi mali del nostro secolo.

Per tornare alla nostra serie TV e alle avventure di Otis, senza cadere nel tranello dello spoiler, per concludere voglio solo aggiungere che la sua visione è decisamente consigliata e che potrebbe essere un interessante input per avviare momenti di confronto con i ragazzi e le ragazze, da un punto di vista genitoriale, educativo, terapeutico o anche semplicemente amicale.

Aspettiamo con ansia la terza stagione, che dovrebbe arrivare all’inizio del 2021!

 

 

STILE “HYGGE” O SINDROME DELLA CAPANNA?

In questi giorni un po’ ovunque si sente parlare di “Sindrome della Capanna” in merito alla tendenza al non voler più ri-uscire di casa dopo il lungo periodo di lockdown che abbiamo vissuto. Dico la verità, questo termine un po’ mi inquieta, sarà perché sono satura del voler patologizzare qualsiasi aspetto del comportamento umano, sarà perché sono sempre stata un’amante dello stare in casa o meglio del cosiddetto stile “Hygge”, sarà perché preferisco parlare di cambiamento e non di ritorno alle vecchie abitudini, non lo so…

Ma il voler stare in casa è davvero un qualcosa di così negativo? Veniamo da più di due mesi di reclusione forzata, in cui il fermarsi e rimanere tra le quattro mura delle nostre abitazioni è stato l’unico modo che abbiamo avuto per preservare la nostra salute e quella del prossimo ed è stata dura, lo so. Il desiderio di libertà è cresciuto giorno dopo giorno e questa “riapertura” tanto attesa ci ha sicuramente donato quel respiro di sollievo che spesso si prova passeggiando sulla riva del mare dopo un’intera giornata di lavoro. Molti di noi si sentono ora “finalmente liberi” in nome del cosiddetto “ritorno alla normalità”, ma il pericolo non è definitivamente scampato, dobbiamo ricordarlo. Lungi da me attivare quella modalità di pensiero allarmistica tipica della gran parte delle fonti di informazione, ma un atteggiamento consapevole è quello che ci ricorda che il pericolo, seppure ridimensionato, è ancora presente. Ed è saggio attivare delle modalità di comportamento che continuino a preservarci e a proteggerci: stare nell’hic et nunc, nel momento presente, senza cercare di evadere, né con la nostalgia per il passato né con la paura per il futuro ma semplicemente con la consapevolezza del qui ed ora è una delle strategie migliori. Può non essere facile, lo so, ma ci si può lavorare e la Mindfulness è in tal senso una grande maestra!

Lo stop da tutto e tutti vissuto durante il lockdown in qualche modo ci ha aiutato a riconnetterci con i lati più profondi del nostro animo, con le nostre paure e con i nostri desideri più intensi, insomma con quella forma di consapevolezza che forse prima avevamo un po’ smarrito, perché distratti dal continuo affaccendarci nei nostri doveri quotidiani. Mi piace pensare che questo lockdown ci abbia ri-donato il cosiddetto “tempo lento”, rimodulando i ritmi della nostra vita e concedendoci di concentrarci su quegli aspetti che abbiamo inquadrato come prioritari, riconducendoci ad uno stile di vita domestico, sicuramente più semplice.

Ed ecco il concetto di “Hygge“, a me tanto caro: questa parola indica una tradizione danese che consiste nel piacere dello stare in casa, luogo vissuto come una sorta di rifugio sicuro e a misura delle proprie passioni e del proprio benessere. Che sia insieme ai propri cari o in solitudine, l’importante è poter “staccare la spina” dallo stress della vita di tutti i giorni, per mettere in pausa i doveri e la frenesia della quotidianità. Elemento imprescindibile è dunque l’atmosfera della propria casa “hygge”, resa accogliente dalla cura dei dettagli nell’arredamento, che va a rispecchiare le passioni e gli interessi di ognuno: luci soffuse, candele, quadri, foto ed oggetti che evocano il nostro più intimo senso di bellezza, tappeti e morbidi cuscini su cui potersi sedere… Non meno importanti solo le attività da svolgere all’interno delle quattro mura domestiche, quali ascoltare musica, leggere un libro, vedere un film, godere dei momenti di intimità con le persone care, dedicarsi alla creatività, degustare del buon cibo e del buon vino, fare un bagno caldo o un po’ di meditazione…
Insomma una “casa hygge” è quel luogo che ti abbraccia e ti conforta, donandoti quella sensazione di appartenenza e di connessione con te stesso.

Il libro “Il metodo danese per vivere felici. Hygge” di Søderberg, Marie Tourell edito da Newton Compton, illustra questa filosofia nei suoi molteplici aspetti, riportando testimonianze ed immagini di uno stile di vita così affascinante e alla portata di tutti.

Eccone alcune:

Per me, l’hygge è un momento per lasciarsi andare – un momento senza limiti di tempo, doveri, stress o distrazioni; un momento d’amore, calore e tempo per dedicarci alle piccole cose: un gioco di carte, un libro o un bagno caldo. Quando guardo le mie ragazze che ridono insieme o quando mi rannicchio in un angolo della poltrona con loro. L’hygge è il tempo extra che mi concedo per godermi davvero un momento speciale, ma allo stesso tempo è qualcosa che, come per magia, accade ogni singolo giorno se, semplicemente, apro gli occhi.

e ancora:

Nell’hygge è connaturata un’assenza di sforzo che implica di poter stare
insieme agli amici e alla famiglia senza dover fare progetti, se non quelli volti al rilassarsi e a godere del tempo trascorso insieme. Osiamo essere noi stessi in compagnia degli altri e questo ci conferma che abbiamo relazioni stabili, perciò non saremo mai soli. È una sicurezza sociale di immenso valore e una delle principali ragioni della nostra felicità. Nell’hygge troviamo inoltre sincerità e conforto, che ci permettono di esprimere noi stessi anche nel disaccordo.
E quando, in modo rispettoso e rilassato, ci spingiamo a discutere dei grandi interrogativi della vita, abbiamo l’opportunità di osservare noi stessi e le nostre vite da una nuova prospettiva, divenendo ancora più consapevoli di ciò che ci rende felici. Allo stesso tempo siamo in grado di cambiare per poter stare ancora meglio. Nella condizione dell’hygge non troviamo una felicità estatica, spesso momentanea, ma sperimentiamo una sorta di felicità quotidiana;
l’hygge contribuisce a un generale senso di appagamento nel lungo periodo.”

[…] l’hygge deriva dalla sincerità delle cose con cui ci si circonda – l’ambiente e la cornice della propria casa dovrebbero riflettere le scelte fatte nella propria vita e nel quotidiano. Se ami il cibo, la cucina e accogliere gli ospiti, probabilmente il tuo hygge si concentrerà in cucina e intorno al tavolo. Allo stesso modo, la passione e l’entusiasmo di un amante dell’arte daranno alla casa un’atmosfera differente, in base all’arredamento per cui ha optato. La sensazione di hygge trasmessa dalla propria casa rispecchierà senza alcun dubbio il tempo e le energie a lei dedicate. Quando rifletti accuratamente su come e perché hai scelto di circondarti di un particolare tipo di arredamento, oggetti, opere d’arte, fiori, soprammobili, tende – qualsiasi cosa – potrai rilassarti e i tuoi ospiti ti vedranno e conosceranno per come sei davvero.

Gli spunti di riflessione sono interessanti, numerosi e sicuramente di grande ispirazione per provare a vivere più serenamente la propria quotidianità, il momento presente, l’hic et nunc…soprattutto in quei momenti di profonda trasformazione come quello che stiamo vivendo!

Dunque siamo proprio sicuri che sia corretto parlare solo di “sindrome della capanna”?

POST FATA RESURGO: RINASCITA E RESILIENZA

Post fata resurgo è il motto latino della Fenice, uccello mitologico noto per la leggenda di rinascere dopo la morte dalle sue stesse ceneri, la migliore immagine di resilienza che la nostra cultura millenaria potesse donarci.

Mai come in questi giorni il nostro pensiero è volto all’immagine della rinascita: l’intero pianeta è bloccato da un virus tanto piccolo quanto potente, che è quasi riuscito a mettere a tappeto l’intero funzionamento dell’uomo moderno, le nostre abitudini, le nostre routine e i nostri ritmi. Tutto è fermo, tutto è sospeso.

La paura sembra essere per molti l’emozione predominante, in parte è normale, ed è comunque un gesto di grande onestà nei confronti di sé stessi il concedersi di sperimentarla per poi lasciarla andare. Le emozioni vanno vissute e mai represse affinché il loro carico non diventi insostenibile, è sempre importante ricordarlo!

Nei precedenti articoli del mio blog ho parlato di alcuni strumenti per gestire lo stress (questo il link) e per coltivare la consapevolezza del respiro (questo il link), rinnovando l’invito a contattarmi attraverso la pagina #psicologicontrolapaura o tramite i miei indirizzi per poter affrontare insieme i vissuti emotivi di questi  giorni.

Siamo spettatori e protagonisti di quello che sembra essere uno dei cambiamenti più intensi ed enigmatici degli ultimi cento anni ed è importante provare ad addentrarci in esso con consapevolezza, coraggio e fiducia.

Il mio augurio per questi giorni di profonde trasformazioni è che ognuno di noi, proprio come la fenice, riesca  a riemergerne più forte, vigoroso e consapevole, provando a lasciarsi alle spalle tutto ciò che rendeva pesante anche la vita pre-quarantena, cercando di essere e sentirsi parte attiva del cambiamento.

Buona Pasqua, Buona Rinascita

#Psicologia #Cinema #Musica e #Letteratura – “Figli” il film

Figli è un film piacevole ma schietto, che parla di quel vissuto che tutte le più o meno giovani coppie della nostra contemporaneità si trovano a dover affrontare. Discorsi spesso tabù, perché vanno ad intaccare quell’immagine ideale da famiglia perfetta e felice che tutti sono abituati goffamente ad ostentare. Un film dove protagonista è il vissuto emotivo dei due genitori, magistralmente interpretati dalla Cortellesi e da Mastandrea, che confermano il loro talento e continuano a valorizzare il cinema italiano. Una coppia che fino a prima dell’arrivo del secondo figlio rispecchia quell’equilibrio da famiglia medio borghese che si dimena nelle incombenze della quotidianità riuscendo più o meno sempre a stare sul pezzo. Ma arriva poi il fatidico secondo figlio e tale equilibrio sembra perdersi. Lo stile interpretativo dei due attori riesce sempre a regalare un sorriso, non si cade mai (per fortuna) nel mood mucciniano di crisi di coppia che per disperazione si adagia in ripicche e tradimenti. Molto lucide e ben contestualizzate le riflessioni sull’eredità concettuale e valoriale delle generazioni precedenti, che perpetuano una sorta di cecità e di indifferenza nei confronti di tutti coloro che ora rappresentano la parte giovane di questo paese.
La lettura psicologica e socio-culturale di quella che ora è la mia generazione é molto attenta, i due protagonisti non hanno paura di mostrare le loro fragilità e le contraddizioni di questo nostro presente. Cercano per tutto il film di fare i conti con quella dimensione problematica che sembra mettere in subbuglio la loro intera esistenza, ma con consapevolezza, il ché vuol dire ammettere in primis di avere una difficoltà per poi provare ad andare avanti, per tentativi ed errori, fino ad arrivare ad un nuovo equilibrio. Lo stile del film è leggero, grazie soprattutto alla peculiarità dei due attori che rimangono per me tra i migliori del panorama contemporaneo del cinema italiano. La visione stimola comunque delle belle riflessioni, per chi è già genitore e riesce pertanto a rispecchiarsi maggiormente nella storia, ma anche per chi ancora guarda alla dimensione familiare con un po’ di timore, perché magari vorrebbe ma è completamente scoraggiato dalla precarietà del presente lavorativo.
Decisamente consigliato.

#Psicologia #Cinema #Musica e #Letteratura – “Beautiful Boy” il film

Beautiful boy è un film che ti tiene incollato allo schermo per tutta la sua durata, compresi i suoi titoli di coda con le ultime parole (autobiografiche?) del protagonista. È un film che parla di tossicodipendenza, che vuol dire impotenza dinanzi al devastante potere distruttivo delle droghe e di tutto ciò che l’abuso provoca.
Beautiful boy è un film che parla di dolore, di vuoto e di insoddisfazione. È un film in cui viene illustrato come a volte la fragilità degli animi più sensibili non trovando il giusto contenimento, sfoci nell’abuso di qualsiasi sostanza possa dare un’illusione di pienezza e compensazione.
Beautiful boy è la storia di una famiglia lacerata dal dolore e dal senso di colpa, di un padre che fino all’ultimo cerca in ogni modo di aiutare quel figlio che riesce sempre per troppo poco tempo a rimanere pulito. Verso la fine si parla del lutto nei confronti di chi nonostante sia ancora in vita è come se già non ci fosse più…ed è forse la parte più dolorosa, perché subentra la consapevolezza di essere giunti ad un punto di non ritorno e alla morte prima che della persona, della speranza.
Beautiful boy è un film che parla di autodistruzione, è un film che parla di una famiglia che nello straziante dolore cerca di capire, di correre in aiuto, di essere presente, di sopravvivere, nonostante tutto, fino alla fine…e di famiglie così ahimè non ce ne sono tante.
Beautiful boy è la storia di un padre e di un figlio che sembrano essere molto uniti e molto legati tra loro, ma l’apparenza troppo spesso inganna.
Beautiful boy è un film che ti fa ricordare di alcune storie e di alcune persone che nel tuo percorso sicuramente anche tu hai incontrato, perché la tossicodipendenza purtroppo è un fenomeno molto diffuso, nonostante spesso si voglia cercare di fare finta di niente.
Beautiful boy infine è anche un film con una colonna sonora pazzesca (ci sono tutti i miei artisti preferiti, sono di parte), è un film che parla al cuore e soprattutto è un film che ci mette in contatto con la parte di noi stessi più fragile ed umana, che spesso per paura mettiamo a tacere senza dargli troppa importanza.
Beautiful boy insomma è un film che non dimentichi e che tutti a mio avviso dovrebbero vedere prima o poi.
Io per il momento aspetto di leggere anche i due libri, scritti uno dal padre e uno dal figlio.