L’uso dell’Arte nella Relazione d’Aiuto

Creatività: carattere saliente del comportamento umano, particolarmente evidente in alcuni individui capaci di riconoscere, tra pensieri e oggetti, nuove connessioni che portano a innovazioni e a cambiamenti” .

Questa definizione, che ritroviamo nell’Enciclopedia di Psicologia edita da Umberto Galimberti, porta insito in se’ il concetto di linguaggio alternativo offerto dalla creatività e dal mondo dell’arte più in generale.

In un’esperienza di arteterapia si genera una sorta di triangolazione tra
cliente, terapeuta ed oggetto artistico, che diventa quindi mediatore di relazione nella coppia. Il richiamo esplicito è all’oggetto transizionale di Winnicott: in arteterapia il soggetto trasferisce contenuti interiori come ricordi, sensazioni, desideri ed emozioni, attraverso il dipingere, il disegnare e il modellare, in un oggetto esteriore, che gli consentirà di creare un legame tra la vita interna psichica e quella esterna mediante la simbolizzazione. L’intento è sempre quello di rendere visibile l’invisibile.

“L’uso dell’arte nella relazione d’aiuto” è stato anche il titolo della mia tesi di laurea, a testimonianza del fatto che l’interesse per la comunicazione non verbale ed i linguaggi artistici, come valida alternativa alla parola,  è da sempre molto vivo in me.

In questi giorni sto leggendo l’ultimo testo di uno dei gruppi di lavoro sull’Arteterapia più attivi sul territorio nazionale, Artelieu, che ha sede a pochi chilometri dalla mia abitazione, in provincia di Pescara. Condivido qui un estratto del libro, che bene illustra come, all’interno di un relazione d’aiuto, l’ausilio del linguaggio artistico possa accelerare e potenziare il livello comunicativo.

La prerogativa dell’arteterapia, come abbiamo più volte ribadito, e come anche altre scuole di pensiero condividono, consiste nel potere di rappresentare l’irrappresentabile, di poter dire altrimenti ciò che la parola non raggiunge, ossia di trovare forme inedite all’informe, attraverso la creazione di nuove forme simboliche, che aiutano, così come avviene nella decodifica dei sogni, a interpretare gli indizi che fanno emergere in superficie quanto uscirebbe per la via dei sintomi o rimarrebbe sotto forma di rimosso, non proprio in modo indolore, nell’inconscio. Il fatto che l’arte faciliti l’espressione del profondo lo constatiamo in tutta evidenza negli artisti: sembra che abbiano una sorta di capacità di avvertire in forte anticipo sugli altri cose che solo dopo qualche tempo gli altri comprendono. Non sappiamo se questo fenomeno sia dovuto al fatto di tirar fuori delle cose dietro la maschera del prodotto artistico o per la speciale sensibilità di cui sono notoriamente dotati gli artisti. Fatto sta che fare arte implica ascoltarsi dal dentro e, dunque, sentire in anticipo che aria tira. I pazienti non sono artisti, ma durante il processo di arteterapia, avvalendosi di materiali e strumenti artistici, riescono prima che a raccontare con la parola, a “sentire” dentro di sé sensazioni non organizzate e poi a esprimerle con i gesti e con il corpo, infine a chiarire l’emozione con i gesti artistici.
(da “Il corpo e le sue gest-azioni: L’arteterapia psicodinamica al tempo delle neuroscienze” di Laura Grignoli) Inizia a leggere: http://amzn.eu/2sSNQGt

Come psicologa dunque, cosa propongo?
Sessioni di lavoro sulle emozioni attraverso l’arte ed i suoi linguaggi, in un setting individuale o in piccolo gruppo.
Contattami per prenotare il tuo primo incontro!

#Psicologia Cinema Musica e Letteratura – Gli Sdraiati

Gli Sdraiati di Michele Serra  parla con ironia e profonda sensibilità dell’incomunicabilità tra un padre ed un figlio adolescente. Due mondi paralleli, che non riescono ad incontrarsi perchè caratterizzati da abitudini di pensiero e di comportamento contrastanti. Una passeggiata in montagna come metafora del percorso di vita, con tutte le sue difficoltà ed i suoi ostacoli, le paure di un genitore ed il processo di consapevolezza e di fiducia, sono gli elementi che rendono questo romanzo una storia di crescita personale in cui ritrovare parti di sè e la serenità del naturale scorrere del tempo.

COME STAI? VUOI PROVARE A DIRLO CON UNA CANZONE?

La Songtherapy, un approccio ideato dal Dott. Romeo Lippi,  Lo Psicologo del Rock , utilizza le canzoni come strumento di relazione e di contatto emotivo con se stessi e con l’altro.
Da psicologa e da grande appassionata di musica quale sono non ho potuto resistere alla tentazione di approfondire l’argomento, seguire i suoi numerosi input ed infine fare un primo livello di formazione in questo campo.
Le potenzialità sono notevoli, il linguaggio della musica come delle varie forme d’arte più in generale offre tantissimi spunti per il lavoro su se stessi e su quegli aspetti della propria vita, che spesso si evita di affrontare con le parole.
In questo senso un iniziale aggancio ad una tematica “scomoda” attraverso il messaggio veicolato da una canzone o dall’emozione che essa suscita in chi l’ascolta, facilita ed arricchisce notevolmente la relazione terapeutica e conseguentemente gli sviluppi del lavoro di crescita insito in essa, provare per credere! Ogni momento della nostra vita può essere accompagnato dalla giusta colonna sonora, lo sa bene chi non concepisce giornata priva di musica; imparare a leggere il proprio stato d’animo e le proprie emozioni più nascoste o camuffate, attraverso l’ascolto dei brani musicali che più ci piacciono, portandoli in terapia per lavorarci su, alleggerisce di molto il carico emotivo che spesso ostacola la nostra sensazione di benessere. Un percorso di crescita personale, arricchito con il metodo della Songtherapy e con i linguaggi alternativi del mondo delle arti, può essere uno strumento potentissimo da aggiungere al proprio bagaglio di competenze per viaggiare leggeri, nel nostro cammino chiamato vita.
E tu? Come stai? Vuoi provare a dirlo con una canzone?

4 PASSI PER COMUNICARE CON EMPATIA

Marshall Rosenberg e la Comunicazione Non Violenta

  1. DESCRIVERE CIÒ CHE NOI OSSERVIAMO
    Mescolare la nostra valutazione con quello che osserviamo provoca spesso un’interpretazione sbagliata ed una reazione di difesa.

  1. DESCRIVERE CIÒ CHE NOI PROVIAMO
    Ciò che noi proviamo è l’espressione dei nostri bisogni, nel senso che ci dice se ciò che ci succede è quello che vogliamo. Quando siamo lontani dai nostri sentimenti siamo lontani dai nostri bisogni.

  2. DESCRIVERE CIÒ A CUI NOI ATTRIBUIAMO VALORE
    I nostri sentimenti non risultano tanto dalle nostre osservazioni ma quanto dalle nostre reazioni a queste osservazioni. É importante quindi riuscire a descrivere i valori che contribuiscono a creare ciò che noi sentiamo.
    i miei sentimenti non sono creati da ciò che gli altri dicono o fanno ma dalla mia interpretazione di ciò che dicono o fanno

  3. DESCRIVERE CIÒ CHE A NOI PIACEREBBE RICEVERE DALL’ALTRO
    Quando le mie richieste sono espresse chiaramente, ho più probabilità di ottenere ciò che desidero di quando le mie richieste sono, invece, sommerse nelle spiegazioni e sono vaghe astrazioni delle azioni che vorrei veder compiere.

    un linguaggio d’azione in forma affermativa aumenta la possibilità che la nostra richiesta sia soddisfatta: es. “desidero che tu riporti i tuoi libri in biblioteca questo pomeriggio”


    Questo tipo di comunicazione empatica implica che diventiamo anche capaci di ricevere dagli altri le loro relative quattro informazioni:

  • ciò che osservano

  • ciò che provano a proposito di ciò che osservano

  • i valori ed i bisogni che contribuiscono a far nascere i loro sentimenti

  • le loro richieste

     

Marshall B. Rosenberg – Comunicare con Empatia